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Il trentino Silvio Galvan vince il premio Fondazione Birra Moretti per la valorizzazione della birra a tavola

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IL PREMIO DI FONDAZIONE BIRRA MORETTI AI CAMPIONATI ITALIANI ASPI

All’evento ASPI “Champagne in Villa”, il Premio Fondazione Birra Moretti per la valorizzazione della birra a tavola è stato assegnato al trentino Silvio Galvan. A conferire il riconoscimento è stato Salvatore Castano, Miglior Sommelier d’Europa & Africa nel 2021 e vincitore del Premio Fondazione Birra Moretti nel 2019.

 

In occasione di “Champagne in Villa”, l’evento ASPI (Associazione della Sommellerie Professionale Italiana) volto a promuovere il Miglior Sommelier d’Italia 2022 ed il Miglior Sommelier Junior 2022 che si è svolto a Monza lo scorso 14/15 maggio 2022, Fondazione Birra Moretti ha premiato Silvio Galvan per la valorizzazione della birra a tavola per la passione, la professionalità e le alte capacità dimostrate.

Silvio Galvan, 31 anni, trentino d’origine, è oggi sommelier presso l’hotel La Perla di Corvara (BZ). Ha iniziato il suo percorso nel mondo della ristorazione a soli 15 anni, quando ha intrapreso gli studi presso l’Istituto di Formazione Professionale Alberghiero di Levico Terme. “Questa passione è nata durante gli studi all’istituto professionale Alberghiero di Levico, dove, non smetterò mai di dirlo, ho avuto la fortuna di trovare insegnanti che sono riusciti a trasmettermi la loro passione e la loro voglia di fare ospitalità”, racconta il giovane.

A premiare Silvio Galvan è stato Salvatore Castano, Miglior Sommelier d’Europa & Africa nel 2021 e, nel 2019, vincitore del Premio Fondazione Birra Moretti per la valorizzazione della birra a tavola.

Salvatore Castano, nato a Messina, continua a farsi conoscere nel panorama internazionale e, dopo aver rappresentato l’Italia ed aver girato il mondo, oggi lavora al Londra  per un importante fornitore di vini.

PAOLO MERLIN, DIRETTORE DI FONDAZIONE BIRRA MORETTI: IMPORTANZA DELLA BIRRA NELLA SOMMELLERIE

Durante l’evento dedicato alle figure professionali che accompagnano i consumatori nelle loro scelte e creano percorsi d’abbinamento nei quali le bevande vengono consigliate per valorizzare al meglio piatti e sapori innovativi, la birra si è confermata protagonista insieme al vino.

Paolo Merlin, direttore di Fondazione Birra Moretti spiega: “La partnership tra Fondazione Birra Moretti e ASPI è nata diversi anni fa e, oggi come ieri, siamo orgogliosi della nostra collaborazione e di aver partecipato nuovamente a questo prestigioso concorso a conferma dell’importanza della birra nella sommellerie e della continua valorizzazione dei giovani talenti, che da sempre ci contraddistingue. La birra è una bevanda millenaria che negli anni ha saputo distinguersi e farsi riconoscere, è uno degli elementi distintivi dell’evoluzione della figura del sommelier” continua il Direttore. “Durante un abbinamento o nella ricerca del prodotto che meglio risponde ai gusti, alle esigenze ed alla curiosità del cliente, la presenza di un professionista che sappia rispondere in maniera chiara e competente a tutte le sue richieste è fondamentale per guidare il consumatore verso scelte consapevoli e per diffondere la cultura della birra a tavola”.

Birra nel mondo: Africa

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L’Africa è la terra dei contrasti, dagli aridi deserti alle praterie, dalle foreste pluviali a fertili paludi. Ma è anche la terra delle prime innovazioni. Infatti, i popoli che abitavano queste terre nel periodo delle grandi migrazioni portarono con sé, durante i loro spostamenti, cereali come miglio ed orzo. Questi cereali però non venivano coltivati per sfamarsi, bensì per produrre la birra che ha contributo allo sviluppo dell’agricoltura.

L’antico Egitto

La birra si diffuse nell’antico Egitto intorno al 3.500 a.C. dove veniva considerata un elemento essenziale all’interno delle loro diete e rimase per più di 3.000 anni la bevanda più popolare. Gli antichi egizi credevano che l’arte della birra discendesse direttamente da Osiride, (l’inventore dell’agricoltura e della religione) considerandola così la bevanda più sicura e più bevuta, tanto da dedicarle una divinità: la Dea Tenenet.

Con l’arrivo di Alessandro Magno che nel 332 a.C. conquistò l’Egitto e introdusse leggi e tasse che ostacolarono la birra, il vino prese il sopravvento.

La cultura birraria

La birra indigena, tramandata dalle donne di generazione in generazione, veniva consumata durante la fase di fermentazione quando i lieviti ed i batteri locali utilizzati per convertire in alcol gli zuccheri dei cereali creano delle birre sempre diverse per gusto e profumi. Questo fa parte delle tradizioni di “birra casalinga” tipiche della cultura di questi popoli.

Queste birre, presenti ancora oggi nel mercato locale, vengono fatte con alcuni prodotti tradizionali (es: miglio, radice di Manioca), ma le birre disponibili attualmente sul mercato africano sono prevalentemente Lager di stile Europeo.

Prima del 1600, le donne che abitavano Capo di Buona Speranza, producevano Birre con ingredienti locali da bere durante feste, incontri ed altri eventi, ma con l’arrivo degli europei vennero inseriti nuovi ingredienti che riflettevano maggiormente i loro gusti.

Questa parte di terra divenne uno scalo per le navi della Compagnia delle Indie e, nel 1664, i coloni olandesi concessero la licenza per produrre birra che veniva poi venduta ai marinai per i viaggi in mare. Così il monopolio della Compagnia delle Indie Orientali sui prodotti importati e le condizioni di vendita hanno soffocato l’industria birraria locale.

La nascita dei birrifici ed i nuovi ostacoli

Nel 1790 l’arrivo degli inglesi ha portato alla nascita di nuovi birrifici.

Ma con la corsa all’oro della fine del XIX secolo, seppur aumentò la richiesta di lavoratori, i coloni proprietari delle miniere, temendo che l’alcol riducesse la produttività dei minatori, introdussero una legge (nel 1897) che dichiarava illegale il consumo di alcol da parte degli abitanti di quelle terre.
Questo però, ha avuto anche un effetto contrario e inaspettato, infatti i proprietari delle miniere stesse iniziarono a vendere, tramite il mercato nero, la birra ai loro lavoratori o a fornirla come compenso salariale.

Il tipo di birra e lo stile di produzione che hanno introdotto i coloni europei, dall’inizio del 900, ha lasciato un segno indelebile. Iniziarono così a sorgere i grandi birrifici che, per ampliare il loro business, cominciarono a produrre birre con ingredienti locali così da indurre all’acquisto anche i consumatori di birra casalinga.

Nonostante le restrizioni imposte, le donne continuavano a produrre le birre tradizionali e, durante gli anni dell’apartheid (1948-1991), la producevano in segreto ed offrivano un posto dove consumarla e rilassarsi. Con l’abolizione dell’apartheid, questi luoghi segreti sono diventanti luoghi popolari dove recarsi per compare alcolici, mangiare e stare in compagnia.

Oggi, nonostante il mercato sia guidato da poche grandi aziende e da una buona presenza di birrifici artigianali, esiste ancora la tradizione della “birra fatta in casa”.

Birra nel mondo: Oceania

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Sembra difficile da credere ma l’Oceania, con i suoi roventi deserti Australiani, i litorali rocciosi della Nuova Zelanda, l’umidità del Sud Pacifico ed una popolazione di circa 40.000.000,00 di abitanti, produce alcune delle birre più richieste al mondo. In questa terra la birra ha una storia relativamente recente e risale a quando i coloni europei caricavano, prima della partenza, la birra sulle loro navi perché rappresentava un’alternativa sicura e nutriente all’acqua.

Si narra che nel 1770 il capitano James Cook, primo europeo ed approdare in Australia orientale, sia partito con circa 4 tonnellate di birra.

I primi passi della birra in Oceania: l’Australia

Spuntano in una parte del continente dove, grazie alla posizione geografica eccezionale, si riesce a coltivare luppolo ed orzo.

Queste aree si concentrano principalmente in Australia che, grazie alla conformazione del suo territorio, riesce a produrre diverse qualità di birra. Ma i tentativi di produrre birra con tecniche ed ingredienti locali passano in secondo piano al fronte dell’azione dei migranti provenienti dai paesi europei (Regno Unito su tutti). Sono infatti i migranti del vecchio continente a plasmare l’evoluzione brassicola con l’importazione di Pale Ale, Porter e Stout. Ciò accadde principalmente per una questione di comodità per gli europei: erano infatti necessari circa 3 mesi di viaggio per trasportare le birre dall’Europa all’Australia.

Per questo motivo, nel XIX secolo, si cominciò a produrre le birre in loco portando ad un aumento della popolarità delle birre chiare, in particolare Pale Ale e Lager.

I primi passi della birra in Oceania: la Nuova Zelanda

Anche in Nuova Zelanda la birra arrivò solo nel XVIII secolo, precisamente quando gli Inglesi – che si stabilirono sulle coste neozelandesi – portarono con sé questa bevanda prima e, soprattutto, l’attrezzatura per poterla produrre.

All’inizio, nella  prima metà del 1.800, grazie alla tecnologia e ai processi di produzione importati dai coloni inglesi, si avviarono i primi esempi di produzione locale e, nella seconda metà dello stesso secolo, vennero aperti i primi pub in stile inglese che servivano principalmente Pale Ale, Porter e Stout.

Nonostante le condizioni climatiche e territoriali mettano sempre in difficoltà la produzione della birra, il settore è ad oggi molto sviluppato e la birra è tra le bevande alcoliche più comuni in questo continente.

Birra nel mondo: Asia

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Il continente asiatico si estende per 44.580.000 km² ed è per questo contraddistinto da diverse condizioni climatiche, a volte anche estreme. Basti pensare che solo il 20% del territorio è coltivabile, ma è da qui nascono molti degli ingredienti che servono per la produzione della birra.
Infatti alcune testimonianze, risalenti a 5.000 a.C, fanno pensare che l’Asia è il luogo in cui la birra è nata e dove sono stati coltivati per la prima volta l’orzo, il riso e ,forse (come lo ritengo alcuni studiosi), il luppolo.

La storia della Birra incrocia la storia dell’Asia

La storia della birra in queste terre è, in effetti, ancora più antica delle prime testimonianze. Tuffandoci nei ritrovamenti archeologici, troviamo la dimostrazione che la prima bevanda fermentata prodotta in Cina risale a circa 9000 anni fa, quando la civiltà neolitica utilizzò una tecnologia notevolmente avanzata per creare alcune le bevande fermentate simili alla birra, vista probabilmente come bevanda sacra e fonte di dissolutezza.

In antichità, questa bevanda simile alla nostra birra, veniva utilizzata durante rituali, cerimonie e feste e tramandata di generazione in generazione fino alla fine dell’ultima dinastia imperiale.

L’arrivo della produzione moderna

La produzione di birra come la conosciamo oggi è arrivata in Asia nel XX secolo. Come spesso è accaduto ad altri continenti, la bevanda non è approdata da sola nel continente ma insieme ai coloni europei: Inglesi, Olandesi, Francesi e Spagnoli.

Tra le tante novità introdotte, una è la costruzione del primo birrificio industriale nel 1830, funzionale per creare un mercato della birra centrale anche oggi!

I più grandi birrifici al mondo, infatti, hanno sede in Asia ed i macrobiriffici controllano una grandissima fetta di mercato, anche se i microbiriffici sono in ascesa e le richieste di birra crescono nonostante alcuni limitazioni imposte dai governi.

La Birra in Asia: oggi

Le limitazioni hanno colpito soprattutto le birre artigianali, rallentando la loro ascesa, ed il loro andamento è legato alle politiche di tassazione, al costo delle materie prime ed alle restrizioni che ha ogni paese.

Per esempio, gli olandesi introdussero la birra in Giappone nel XVII secolo, ma le restrizioni commerciali ne interruppero l’importanza. Le cose sono cambiate solo nel 1854 quando gli Stati Uniti imposero al Giappone di aprirsi al commercio internazionale.

Oggi, l’attuale panorama delle birre in Asia è invaso dalle birre Lager e dalla Pale Ale.

Birra nel mondo: America del Sud

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L’approdo nel continente

La Birra, nella sua concezione moderna – prodotta con i cereali (orzo e frumento) – è arrivata in America del Sud solo nel XV secolo, insieme ai coloni.

In particolare i coloni inglesi sono riusciti a diffondere la propria cultura birraria ed i propri stili anche in questa parte del mondo tramite la costruzione di diversi birrifici in Cile, Argentina e Brasile. Ma solo con i tedeschi, nel XIX secolo, si sviluppò la cultura delle Lager e la loro produzione nella Patagonia Meridionale, caratterizzata dal favorevole clima freddo.

Peccato che i tedeschi non sapessero che il lievito della Patagonia arrivò in Europa circa 3 secoli prima del loro arrivo e della loro Lager. Si pensa attaccato alle botti di legno che utilizzarono i coloni durante le attraversate; fu poi utilizzato per far nascere il ceppo adatto a fermentare le birre a bassa temperatura, contribuendo così all’invenzione delle Lager.

Un territorio impervio e il dominio della Lager

In paesi come Argentina, Brasile e Cile la diversità del territorio si rispecchia anche nelle varietà delle birre locali, affiancate alla produzione di stili birrari di origine tedesca dei grandi birrifici industriali presenti in queste aree.

In questi paesi dai territori molto diversificati, non del tutto adatti alla produzione a causa di climi impervi e con stili di produzione datati, la birra veniva inizialmente importata ed è solo nella seconda metà del XIX secolo i coloni tedeschi costruirono i primi birrifici e resero lo stile Lager quello più consumato.

Lo scenario ai nostri giorni

In America del Sud il mercato è guidato dalla produzione industriale, caratterizzata da stili europei e statunitensi, ma in questi ultimi anni vede la difficoltosa ma crescente nascita di birrifici artigianali in molte parti del territorio con produzioni artigianali caratterizzate da sapori che sono introvabili altrove grazie all’utilizzo di frutti, cereali e lieviti locali.

La birra simbolo dei momenti sociali del fuori casa

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Una serata fuori casa con gli amici, davanti a una birra, distanziati e sicuri… leggeri.

In questo momento di tentato ritorno alla vecchia vita e alle situazioni conviviali, in cima alla lista delle “prime cose che vogliamo tornare a fare in compagnia” c’è il sogno di un viaggio con gli amici. Subito dopo, per circa 1 italiano su 4 (23%), il piacere più grande è andare al ristorante/pizzeria con gli amici o passare una serata insieme davanti a una birra.
Sono questi i principali desideri degli Italiani che emergono dalla ricerca dell’Istituto Piepoli promossa da Fondazione Birra Moretti, desideri che mostrano le attese e le speranze dei cittadini verso l’estate e le riaperture.

Ma la voglia di ritornare alle vecchie abitudini, per il campione di 1.000 italiani intervistati tra i 18-64 anni, non si scontra con la sicurezza e l’adozione di misure preventive. Infatti, 6 su 10 dichiarano che prenderanno degli accorgimenti per una estate più sicura.

Il desiderio di tornare alle attività pre-emergenza è forte, soprattutto tra gli amici della birra!

La quasi totalità degli italiani ritiene infatti importante tornare a condividere il tempo libero fuori casa.
Ma nei mesi di restrizioni sono gli appassionati di birra ad aver sentito di più la mancanza di luoghi di aggregazione come bar, ristoranti, pizzerie, pub e locali. Per questo motivo saranno proprio loro il motore della ripartenza del fuori casa.

La birra ha una costante: la si beve sempre in compagnia, che sia con amici o in famiglia.

Quasi 8 beer lovers su 10, oltre ad aver espressamente dichiarato la volontà di passare più tempo fuori casa e di tornare alla normalità, pone la birra tra gli elementi centrali dell’estate 2021.

Confermando, insieme agli addetti ai lavori del settore di Noi di Sala, che questa bevanda può essere un ingrediente strategico anche per la ripresa di migliaia di ristoranti, pizzerie, trattorie, bar, pub, altri locali, nei quali questa bevanda ha un peso strategico sempre più rilevante.

A conferma del ruolo conviviale della birra, dalla ricerca emerge come ristoranti e pizzerie (49%) siano il luogo simbolo del fuori casa associato alla birra, ma anche come la birra sia una bevanda che si presta molto a occasioni di consumo all’aperto. come spiaggia, parco e luoghi nella natura.

E’ così che l’arrivo dell’estate ci porta tutti a gustare una birra, in compagnia!

Birra nel mondo: Europa

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Il “Vecchio Continente” è caratterizzato dalla sua grande storia, fatta di famose opere letterarie e artistiche, oltre che alle tante rivoluzioni del pensiero e delle società.

In questa grande storia anche la birra ha una presenza millenaria, che in queste terre risale al IV^ secolo a.C., grazie alla coltivazione dei cereali che ebbe inizio tra il 7.000 ed il 3.000 a.C.

Territori e stili di produzione

La Birra ha “vecchie” tradizioni legate al territorio, al clima ed alla cultura dei popoli antichi che lo abitavano. È in queste terre così diverse tra loro che sono nati, diffusi e, infine, evoluti gli stili birrari più apprezzati al mondo: Lager ed Ale.

Sono diversi i fattori da cui è dipesa la  produzione di questi due differenti stili birrari, ma sono principalmente quelli culturali e climatici che ne hanno maggiormente caratterizzato la produzione in tutto il territorio del continente europeo.

Le Lager si sono sviluppate in aree con un clima più mite (Europa Meridionale) mentre le Ale sono tipiche dei paesi con un clima più rigido (Europa Settentrionale).

Non è infatti un caso se tra l’Europa settentrionale ed il Regno Unito, nella cosiddetta “Fascia della Birra europea”, crescano due delle materie prima oggi essenziali per produrre la birra: l’orzo ed il luppolo.

La Birra attraverso lo storia europea

Le evoluzioni storiche che hanno caratterizzato l’Europa hanno segnato in maniera significativa anche la storia della birra che ha quindi vissuto: le invasioni da parte di greci e romani, il Medioevo, l’ascesa della chiesa Cattolica e all’addensamento dei centri urbani.

Ovviamente, seguendo la storia, anche i luoghi e i protagonisti della sua produzione sono cambiati. Agli inizi erano soprattutto le donne a produrla all’interno delle mura domestiche, si passò poi ai Monasteri ma è solo con la nascita e la crescita dei centri urbani che l’Europa vede nascere i primi birrifici “industriali” molti dei quali diventeranno poi colossi globali.

Nella seconda metà dell’800 d.C., in Olanda nasce HEINEKEN che diventerà, da lì a pochi anni, uno dei leader mondiali nella produzione ed esportazione globale del prodotto birra.

La Birra in Europa oggi

Oggi sono le birre Lager a fare da capofila a tutti i prodotti birrari tipici dell’Europa, ma non esistono solo loro e le Ale. Oltre a queste – che prendono sicuramente il ruolo di precursori -, il vecchio continente è noto al resto del mondo anche per le diverse birre provenienti dalle diverse culture, le quali hanno importato tradizioni, usanze e conoscenze dei territori e il clima del loro Paese.

Tra questi esempi troviamo l’Irlanda, con le sue birre tipiche, le Stout e le Porter; la Repubblica Ceca, madre patrie delle Pils e il Belgio, dove troviamo una fortissima cultura birraria rappresentata, principalmente, dalle Saison e Lambic nate in Belgio.

Birra nel mondo: America del Nord

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Nel lontano 1492 i primi coloni partiti dall’Europa giunsero nel “Nuovo Mondo”: l’America, portando con se le tecniche birrarie tipiche del “Vecchio Mondo”

Ma le tecniche europee, con grande sorpresa per i coloni, non trovarono terreno fertile. Gli abitanti di quel mondo fino ad ora sconosciuto avevano già metodi di produzione tradizionali, grazie a vari ingredienti come luppolo e cereali messi a disposizione quotidianamente dalla loro terra. Questo incontro inaspettato tra diversi stili, tradizioni e metodi di produzione birraria ha dato vita a qualcosa di unico, qualcosa che, ancora oggi, porta grandi soddisfazioni a tutti gli amanti della birra!

Le vecchie tradizioni del Nuovo Mondo

Le popolazioni dell’America del Nord, come gli europei, avevano già le loro tecniche di produzione per una bevanda molto simile alla birra. Questo tipo di bevanda faceva parte della cultura di questi popoli da millenni. Tra i vari Paesi che oggi formano l’America del Nord, il Messico è quello che può vantare una storia millenaria nella produzione della birra.

Basti pensare che sono stati ritrovati resti che dimostrano la produzione di una bevanda simile alla birra già da parte di culture millenarie come i Maya e gli Aztechi. Queste culture, infatti, producevano una bevanda molto simile alla nostra “birra” odierna, e lo facevano a scopo curativo e di benessere!

Più popolare, più prodotta

Perché la birra ha raggiunto questa grande popolarità nel Nuovo Mondo? Sicuramente la tecnica di produzione, oltre al gusto e alla tradizione, è stato un fattore centrale della sua diffusione. Il processo di ebollizione utilizzato per produrre la birra, infatti, aiutava ad eliminare germi e batteri, riducendo così la possibilità di diffusione di malattie infettive per mezzo della bevanda.

Proprio per questo una delle prime attività dei coloni fu la costruzione dei birrifici e la   sperimentazione di nuovi prodotti. Nacque così Il primo birrificio del Nuovo Mondo a Manhattan, nella prima metà del ‘600.

Una battuta d’arresto: il Proibizionismo

La crescita del mercato birra ha subito però una forte battuta d’arresto con la nascita del proibizionismo, sviluppato negli Stati Uniti nella prima metà del ’900.  In questi anni il

mondo degli alcolici e, di conseguenza, quello dalla birra hanno vissuto un periodo buio che ha avuto un effetto nocivo e duraturo su tutta la filiera.

Quanto ha influito questo movimento sulla produzione americana? Tantissimo e per lungo tempo! Basti pensare che, seppur il proibizionismo terminò nel 1933, la prima legge per poter produrre birra domestica (artigianale) negli USA arrivò negli anni 70.

La Nuova Produzione nel Nuovo Mondo

Se oggi abbiamo la possibilità di assaggiare alcune tra le birre più amate al mondo, dobbiamo ringraziare proprio quel decreto degli anni ’70. Questa apertura ha infatti permesso la nascita dei più famosi stili americani “IPA”, caratterizzati principalmente dal luppolo e dalla sperimentazione di nuove tecniche e ingredienti.

Tutto ciò ha portato il mondo artigianale ad essere una grande realtà per la filiera brassicola Nord-Americana e una particolare produzione per tutti noi amanti della birra.

Tuttavia, anche a causa delle politiche proibizioniste, è il comparto industriale a guidare la produzione ed i consumi.

Scoperto in Egitto il più antico birrificio al mondo

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Archeologi americani ed egiziani hanno scoperto quello che potrebbe essere il più antico birrificio di cui si conosca l’esistenza e uno dei maggiori siti archeologici in Egitto al momento noti. Lo scrivono diverse testate internazionali fra cui il Guardian.

L’antica fabbrica di birra è stata scoperta ad Ayudos – ha spiegato Mostafa Waziri, segretario generale egiziano per il Consiglio egiziano delle antichità – territorio che fu dedicato alla sepoltura dei defunti che si trova nel deserto a ovest del Nilo, oltre 450 km a sud del Cairo. Apparentemente il birrificio risale ai tempi del re Narmer, o anche noto come il faraone Menes, semi-leggendario primo unificatore dell’Alto e del Basso Egitto.

La missione archeologica è copresieduta da Matthew Adams, dell’Institute of Fine Arts, della New York University, e da Deborah Vischak, docente di Storia dell’arte antica egiziana alla Princeton University. Secondo Adams probabilmente il birrificio era stato costruito in questa zona per fornire la birra utilizzata in alcuni dei riti sacrificali dell’epoca.

Fonte: ANSA

Birra, nel 2020 persi 1,6 miliardi di euro e 21mila posti di lavoro

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Il valore condiviso creato dalla birra in Italia nel 2019 ha sfiorato i 10 miliardi di euro,confermandosi filiera strategica della nostra economia per ricchezza e occupazione generate. L’effetto devastante della pandemia: nel 2020, in appena 6 mesi, -1,6 miliardi di valore condiviso, con una perdita di circa 21.000 posti di lavoro lungo l’intera filiera, soprattutto nel fuori casa. Riduzione accise e sostegno all’Ho.Re.Ca. sono le proposte del settore della birra, che non vuole rinunciare a proporsi come pilastro per affrontare la crisi dell’out of home. Wietse Mutters, AD HEINEKEN Italia: “Sosteniamo le richieste al Governo di AssoBirra perché il settore torni trainante per la ripresa del Paese”.

Oggi possiamo dire, a posteriori, che la “primavera della birra” era diventata una vera e propria estate: una filiera strategica per il Paese che nel 2019 generava quasi 10 miliardi di euro (9.483 milioni di euro) di valore condiviso, dando lavoro a 108 mila famiglie (+18% rispetto al 2017) e versando contributi allo stato per 4,5 miliardi di euro (+8% in 3 anni). A partire da marzo e con il lockdown è arrivata la “gelata” che ha fatto indietreggiare il valore condiviso del settore birra di quasi 1,6 miliardi, con una perdita di circa 21.000 posti di lavoro lungo l’intera filiera in appena 6 mesi. Ma il comparto non vuole rinunciare a proporsi come possibile motore della ripresa del fuori casa, di cui la birra, in virtù della sua ampia marginalità, è un elemento chiave, e chiede allo Stato di ripensare la
fiscalità, riducendo accise ed Iva e permettere così quegli investimenti per un possibile rilancio.

I dati, che fotografano l’andamento del settore nel 2019 e nei primi 6 mesi del 2020, evidenziando un “prima” e un “dopo” Covid-19, sono stati diffusi dall’Osservatorio Birra con la presentazione del 4° Rapporto “La creazione di valore condiviso del settore della birra in Italia”, realizzato da Althesys. Per calcolare il valore condiviso, lo studio ha analizzato tutte le fasi della filiera della birra (approvvigionamento materie prime, produzione, logistica, distribuzione e vendita), considerando gli effetti diretti (valore aggiunto, contribuzione fiscale, occupazione, ecc.) delle attività dell’industria birraria italiana, quelli indiretti e indotti, le ricadute degli investimenti pubblici.

LA PRIMAVERA DELLA BIRRA, IL BOOM DAL 2009 AL 2019 (PRODUZIONE +35%)
La birra è arrivata a fine 2019 forte di una crescita durata praticamente 10 anni: +35% dal 2009 (17,2 milioni di ettolitri), con il 36,1% dei consumi concentrati nell’Ho.Re.Ca. e una quota, addirittura, del 63% del valore condiviso che fa capo a bar, hotel, ristoranti e pizzerie, in virtù di un notevole valore aggiunto. Nel 2019 il valore condiviso creato dall’industria della birra in Italia ha sfiorato i 10 miliardi di euro (9.483 milioni di euro, +3% rispetto al 2019). A cosa corrispondono 10 miliardi? Parliamo di un mezzo punto percentuale (0,53%) del nostro PIL, del 21% del valore del recovery fund per il biennio 2021-2022 e del 72% del valore alla produzione del settore delle bevande alcoliche. La birra non ha portato ricchezza solo a chi la produce, anzi, ne hanno beneficiato soprattutto le fasi a valle e a monte della filiera… e lo Stato. Distribuzione e vendita hanno fatto la parte del leone (7.388 milioni di euro), mentre la primavera della birra ha portato un buon contributo alle casse dello Stato: 4.552 milioni di euro tra Iva, imposte e contributi sul reddito e sul lavoro, con una crescita del +8% rispetto a 3 anni prima. Ha permesso anche di distribuire 2.698 milioni di euro di salari e di dare lavoro, lungo la filiera, a 108.338 famiglie (con un valore di 31,4 occupati per ogni addetto alla produzione), registrando un aumento del +18% nella capacità di dare occupazione rispetto al 2017.

LO STOP IMPOSTO DAL COVID-19: IN 6 MESI PERSI 1,6 MILIARDI E 21MILA POSTI DI LAVORO
Con l’arrivo del virus è cambiato tutto: da marzo a giugno 2020 la produzione ha subito una battuta d’arresto del -22%, con picchi, tra marzo e maggio, del -30%, e una timida ripresa a luglio (+8%) e agosto (+2%). Di riflesso, anche il valore condiviso è crollato, nel primo semestre 2020, del -22,7% (circa 900 milioni di euro) rispetto al primo semestre 2019 e del -34,2% rispetto al potenziale stimato (quasi 1,6 miliardi di euro), visto che i primi due mesi dell’anno seguivano il trend positivo degli ultimi anni, registrando un aumento della produzione del +7 e del +12%. La perdita di quasi 1,6 miliardi di euro (1.564) va a penalizzare soprattutto distribuzione e logistica, con l’Ho.Re.Ca. che da sola perde 1.373,9 milioni di euro. Il che significa anche 21.016 posti di lavoro persi lungo la filiera.

IL COVID NON HA FERMATO LA VOGLIA DI BIRRA DEGLI ITALIANI (GRAZIE ALL’IMPEGNO DEI PRODUTTORI)
In questi mesi difficili non è però venuta meno la voglia di birra degli italiani: non solo è stata la bevanda più consumata nel lockdown e nei mesi estivi, ma per il 48% degli italiani birra vince la Palma d’oro di bevanda socializzante per eccellenza, come rilevato dallo studio di Osservatorio Birra “La birra specchio della  socialità dal pre al post Covid-19”. E i produttori di birra, con un importante sforzo logistico, hanno messo in sicurezza i dipendenti per mantenere “accesi” i birrifici e garantire alla GDO regolare fornitura di prodotto. Ma il sostanziale blocco del canale Ho.Re.Ca. non è stato compensato dalle vendite del canale moderno.
La conferma arriva da Wietse Mutters, Amministratore Delegato di HEINEKEN Italia, azienda presente nel nostro Paese dal 1974, dove ha portato ricchezza e occupazione puntando sulla valorizzazione di birre locali che hanno una tradizione e un posto speciale nel cuore delle persone. “La birra, bevanda socializzante per eccellenza, è stata colpita alla crisi proprio nel suo momento di massima espansione. La situazione è preoccupante e parte dal fuori casa, dove le prospettive sono incerte e migliaia di operatori sono in crisi, ma tutta la filiera ne risente a monte passando dall’industria fino ad arrivare all’agricoltura. Per  guardare al futuro con più fiducia, sosteniamo le richieste al Governo di AssoBirra perché il settore torni trainante per la ripresa del Paese.”

FUORI CASA: 7 ADDETTI SU 10 INVESTIREBBERO NELL’IMPRESA I BENEFICI DI UNA MINORE ACCISA SULLA BIRRA
Un appello a ripensare la fiscalità della birra arriva anche dal resto della filiera, in particolare Ho.Re.Ca. e distribuzione, non considerando adeguati gli aiuti ricevuti in questi mesi. Un sondaggio somministrato da Fondazione Birra Moretti a 135 soggetti tra proprietari e lavoratori dell’Ho.Re.Ca. e del settore della distribuzione indica che circa il 15% delle aziende è stata costretta a licenziare, percentuale che sale a 19,2% nel caso del solo Ho.Re.Ca..
Per il 40% del campione, gli aiuti non sono stati per nulla adeguati, mentre il 70% di chi lavora nell’Ho.Re.Ca. investirebbe volentieri nell’impresa i benefici di una minore accisa. Per poter sopravvivere, chiedono infatti: agevolazione sugli spazi, riduzione dell’Iva e dell’accise, incentivi per impianti sulla birra in fusto, agevolazioni sul vuoto a rendere e sulla mobilità.
Un diverso sistema di tassazione della birra potrebbe permettere quegli investimenti che servono a rilanciare l’out of home, un settore che altrimenti rischia di veder chiusi, nei prossimi mesi, circa 50 mila locali che attualmente danno lavoro a 350 mila persone (Fonte Fipe Confcommercio).