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Storie di Birra: Christian Milone

By News, Video

Christian Milone, Chef della Trattoria Zappatori di Pinerolo (dove, nel 2016, ha conquistato la sua prima stella Michelin) e vincitore del Premio Birra Moretti Grand Cru 2012, si racconta al giornalista Andrea Radic.

Per scoprire di più sul Premio Birra Moretti Grand Cruclicca qui.

Polonia: uno sguardo su uno dei top player mondiali della birra

By Osservatorio Mondo

Leggi l’articolo originale su The First News

Un cittadino europeo medio consuma 76 litri di birra all’anno, di cui 7,8 litri provenienti da uno dei principali produttori di birra al mondo: la Polonia.

In Europa la Polonia occupa il terzo gradino del podio per quanto riguarda la produzione della “bevanda dorata”. La precedono la Germania (saldamente in vetta con il 16% della produzione totale dell’UE) e il Regno Unito (14%). Inoltre il numero di birrifici polacchi sta aumentando: nel 2017 ci sono state ben 60 nuove aperture, per un totale – ad oggi – di 210 realtà.

Questo aumento è il risultato della crescente popolarità della birra, delle tendenze dei consumatori e del fatto che la birra è ‘in’. I consumatori stanno diventando consapevoli dei vari stili di birra, vogliono assaggiare cose nuove e la crescente prosperità significa che le persone sono disposte a pagare di più per una migliore qualità“, afferma Bartłomiej Morzycki, direttore generale della Browary Polskie.

Un cittadino polacco, in media, consuma quasi 100 litri di birra all’anno. La stragrande maggioranza dei bevitori di birra sceglie birra prodotta nel proprio Paese (le importazioni rappresentano appena il 2%) e tre quarti dei polacchi consumano birre chiare.
Molto popolari sono anche le Ale, le birre cioè basate sul processo di “alta fermentazione” che avviene a una temperatura di 15-25 gradi Celsius. Ci sono sempre più polacchi disposti a gustare nuovi sapori esotici: aldeide, erba, mandorle o birre radler. “Una tendenza degna di nota è la costante diminuzione della gradazione alcolica nella birra e il decremento del numero di birre forti a favore di birre poco alcoliche o non alcoliche“, afferma sempre Bartłomiej Morzycki.

Il boom della birra va oltre i nuovi birrifici e si estende anche ai pub specializzati, di cui alcuni sono i cosiddetti “multi-tap”: ogni giorno questi esercizi offrono birre diverse, dando la possibilità ai consumatori di assaggiare dozzine di referenze in un solo mese e sempre nello stesso posto.

L’alta qualità della birra polacca è il risultato di lunghe tradizioni birrarie. Con il suo clima e l’abbondanza di acqua sorgiva, la Polonia è sempre stata un buon posto per coltivare cereali e luppolo. La produzione esplose nel Medioevo, quando i monaci iniziarono a produrre birra. Già nel XIV secolo c’erano birrerie a Kalisz, Pułtusk e Danzica, mentre il birrificio più antico in Polonia è a Lwówek e risale al 1209.

Infine, una curiosità. La leggenda narra che Clemente VIII (papa dal 1592 al 1605), mentre era in visita in Polonia come Ippolito Aldobrandini, si innamorò della birra prodotta a Warka. Poi tornò a Roma e si ammalò e nei deliri della malattia parlò così: “Sancta piva di Polonia… sancta biera di Warka…”. E i sacerdoti al suo fianco iniziarono a pregare per quell’ignoto “San Piva”.

Che poi, letteralmente, vuol dire proprio “Santa Birra“.

La birra crea valore per l’Italia. Oggi il settore vale quasi 9 miliardi

By Osservatorio Italia

La birra genera molto più valore di quello che appare guardando solo la produzione. La filiera della birra infatti genera valore aggiunto in agricoltura, nella logistica, nella distribuzione e soprattutto nella vendita, moltiplicando la ricchezza creata in Italia. Questo è il valore condiviso*.
Ebbene, negli ultimi due anni, dal 2015 al 2017, il contributo della filiera della birra italiana alla crescita della ricchezza e al benessere del nostro Paese  – il valore condiviso – è cresciuto di 1 miliardo di euro (+12,9%), passando da 7.834 miliardi a 8.863 miliardi di euro, lo 0,51% del PIL italiano. Allargando lo sguardo e facendo un raffronto con il settore delle bevande in generale, il valore condiviso della birra è equivalente a circa la metà (47%) del valore della produzione di bevande nazionale (che ammonta 18,9 miliardi), è pressoché pari alla produzione vinicola (stimata in 9,5 miliardi nel 2017) e rappresenta il 186% del valore produttivo di soft drink e acque minerali (stimato in 4,8 miliardi).

In uno scenario senz’altro positivo a livello nazionale, è da sottolineare la grande performance della Lombardia, che oggi rappresenta il 25,5% del totale del valore condiviso italiano del settore con 2.269 milioni di euro, dimostrandosi il vero e proprio motore della produzione di birra in Italia, come evidenzia la quarta ricerca di Osservatorio Birra promosso da Fondazione Birra Moretti e realizzato da Atlhesys.

Ma i dati positivi non si fermano qui, perché dal 2015 al 2017 l’intera filiera della birra in Italia è stata in grado di offrire ben 6.000 posti di lavoro in più (+5%), assicurando lo scorso anno lavoro a 92.066 dipendenti ai quali ha distribuito salari lordi per quasi 2,5 miliardi di euro.

La contribuzione fiscale della filiera della birra nel nostro Paese è aumentata ad un ritmo ancora più marcato: +17,7%, passando da 3,6 a 4,2 miliardi di euro: quasi l’1% (0,92%) delle entrate fiscali complessive del nostro Paese.

La birra, dunque, non porta ricchezza solo ai produttori, ma di questa crescita hanno beneficiato soprattutto le fasi a valle e a monte della filiera. Il valore condiviso relativo alle forniture di materie prime è salito infatti dai 273,3 milioni del 2015, ai 391,3 milioni di euro (+45%). Numeri importanti anche per la fase di distribuzione e vendita, che passa da 6.041 a 6.856 milioni di euro (+13,5%).

In questo contesto va sottolineata la performance della vendita di birra nei bar e ristoranti, che cresce da 4.859 a 5.661 milioni di euro. Il mondo che ruota attorno ai consumi fuori casa di birra continua a cresce ed è arrivato a rappresentare il 64% (2 anni fa era il 58,5%) del totale del valore condiviso della filiera birra.

 

* Valore Condiviso / Shared Value Theory: Creating Shared Value (CSV) è un concetto di business introdotto per la prima volta nell’articolo di Harvard Business Review Strategy & Society: Il legame tra vantaggio competitivo e responsabilità sociale d’impresa
L
a stima del valore condiviso generato dall’industria della birra è stata condotta secondo una specifica metodologia sviluppata e utilizzata da Althesys nello studio “La creazione di valore condiviso del settore della birra in Italia”, realizzato nel 2018 per conto dell’Osservatorio Birra e promosso dalla Fondazione Birra Moretti. La metodologia considera le diverse fasi della filiera produzione-consumo nella quale le attività aziendali si inseriscono: dall’approvvigionamento di materie prime, beni e servizi, alla logistica, fino alla distribuzione e vendita.

La creazione di ricchezza è valutata per ogni fase della value chain, considerando effetti diretti, indiretti e indotti delle attività dell’industria birraria italiana.

Cresce in Italia la cultura della birra. E con lei cresce la ricchezza creata dal settore

By Editoriale

Una volta il solo pensare ad un abbinamento tra birra e piatti della nostra tradizione mediterranea sarebbe stata considerata un’eresia. Qualcosa di stravagante e perfino un po’ provocatorio. Oggi non più: questo matrimonio non soltanto “s’ha da fare”, ma viene celebrato quotidianamente da milioni di Italiani.

Lo dicono le statistiche: più di 4 italiani su 5 (l’82%), intervistati per l’indagine Doxa “Gli italiani e le birre speciali” commissionata dall’Osservatorio Birra, ritengono che le birre, “soprattutto ora che ce ne sono molte tipologie, di diversi gusti e con diverse gradazioni alcoliche” siano “perfettamente adatte al cibo e alle ricette tipiche della dieta mediterranea”.

Lo conferma il dato sulla ricchezza che la birra italiana genera nel nostro Paese. È quanto rivela l’ultimo studio realizzato per conto dell’Osservatorio Birra da Althesys, “La creazione di valore condiviso del settore della birra in Italia”: in soli due anni, dal 2015 al 2017, la ricchezza generata dall’intera filiera (il valore condiviso, appunto) è arrivata a sfiorare i 9 miliardi di euro, un miliardo (e il 13%) in più rispetto alla precedente rilevazione.

È evidente: quando cresce la cultura e la conoscenza e della birra, aumenta il valore economico generato. E che la cultura e l’apprezzamento della birra siano in crescita è sotto gli occhi di tutti. Solo tre esempi, fra i numerosi possibili:

  • proliferano i locali che portano in tavola le carte delle birre, suggerendo gli abbinamenti ideali con le pietanze;
  • sempre più numerosi sono gli endorsement di chef, anche pluristellati (Claudio Sadler, Carlo Cracco, Giancarlo Morelli, Andrea Berton e Giancarlo Perbellini, solo per citarne alcuni), che promuovono la birra sia come ingrediente di ricettazione sia in abbinamento;
  • cresce l’importanza che il prodotto sta acquisendo per i sommelier, una categoria professionale strategica nel trasmettere la cultura birraria, guidando gli italiani a un consumo legato alla qualità e al piacere della tavola.

Sono fenomeni che non devono sorprendere. Solo nel nostro Paese, infatti, la birra è una bevanda da pasto. Nel resto del mondo, viene semplicemente bevuta. Non sempre come accompagnamento al cibo.

Abbiamo dunque cominciato ad acquisire maggiore conoscenza delle diverse caratteristiche organolettiche presenti nelle birre. Ma degustare e riconoscere le sfumature dei sapori delle birre non è così semplice come potrebbe apparire. Possiamo dire che, oggi, il “palato collettivo” degli italiani si sta allenando alla scoperta di nuovi gusti e sapori.

Diffondere ulteriormente la cultura birraria in Italia è il compito che, come Fondazione Birra Moretti, intendiamo portare avanti. Siamo infatti convinti che la conoscenza della birra sia la più importante via di accesso al suo migliore godimento a tavola.

Alfredo Pratolongo
Presidente Fondazione Birra Moretti

Un tempio thailandese costruito con bottiglie di birra

By News

La provincia di Sisaket, a 500 km da Bangkok, ospita un tempio buddista chiamato Wat Pa Maha Chedi Kaew, noto anche come Wat Lan Kuad o “tempio di un milione di bottiglie”.
La storia di questa incredibile impresa risale al 1984, quando i monaci si stancarono di vedere i rifiuti nella loro area. Incoraggiarono quindi le autorità locali a depositare le bottiglie di birra con lo scopo di riciclarle e nel corso degli anni sono riusciti a raccoglierne abbastanza da costruire un complesso di templi di circa 20 edifici.

Per saperne di più, clicca qui.

“La Rossa” di Birra Moretti premiata dall’ITQI

By News

L’International Taste & Quality Institute (Istituto Internazionale del Gusto e della Qualità) di Bruxelles è l’organizzazione mondiale leader nella degustazione e promozione di alimenti e bevande dal gusto superiore. Quest’anno, tra i prodotti premiati con il Diamond Taste Award, anche un’eccellenza di Birra Moretti: La Rossa.

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Storie di Birra: Luigi Salomone

By News, Video

Luigi Salomone, Chef del Piazzetta Milù di Castellamare di Stabia (dove, nel novembre 2016, ha conquistato la sua prima stella Michelin) e vincitore del Premio Birra Moretti Grand Cru 2013,  si racconta al giornalista Andrea Radic.

Per scoprire di più sul Premio Birra Moretti Grand Cruclicca qui.

La monotonia della cultura birraria tedesca

By Osservatorio Mondo

Leggi l’articolo originale su Brew Berlin 

Non si dice spesso, ma oggi la cultura della birra in Germania è diventata monotona:  l’offerta di birra nella maggior parte dei bar e dei ristoranti è limitata a due o tre marchi e la richiesta più frequente dei clienti è semplicemente “Ein Bier, bitte” (“una birra, grazie”).
Un trend in netto contrasto con la ricchezza del patrimonio birrario teutonico. Naturalmente, ci sono delle eccezioni regionali (ad esempio in Baviera). Ma resta il fatto che per la maggior parte dei tedeschi, oggi, “birra” è sinonimo di Pilsner.
E neanche la Pilsner sembrerebbe godere di buona salute.

Il triste destino delle Pilsner
Infatti, nell’ultimo decennio, le vendite sul suolo tedesco della Pilsner sono costantemente diminuite. I tedeschi sono notoriamente attenti al prezzo e questo ha generato una corsa al ribasso in cui i birrifici hanno iniziato una competizione sul prezzo piuttosto che sulla qualità.
Per attrarre un pubblico sempre più vasto, i produttori hanno progressivamente modificato e “semplificato” le caratteristiche dei propri prodotti, diminuendo ad esempio le note troppo amare della birra.

Le artigianali
In questo scenario, i birrifici artigianali – dopo una prima fase “senza compromessi” – hanno iniziato a ritagliarsi una fetta di mercato sempre più consistente e questo ha portato, in molti casi, ad adattare la propria produzione in funzione dei feedback della grande distribuzione, compromettendo di conseguenza lo stile di partenza.

La “corruzione” degli stili
Ecco perché, forse, la più grande minaccia per la birra in Germania è proprio la “corruzione” degli stili, attuato in virtù della riduzione dei costi. Il costo del luppolo americano, ad esempio, è aumentato drammaticamente negli ultimi anni e la produzione di alcuni stili è diventata impraticabile, soprattutto per i birrifici più piccoli. A differenza degli Stati Uniti, le Pale Ale prodotte in serie che compaiono nei bar e si contendono l’attenzione sugli scaffali dei supermercati utilizzano quantità di luppolo notevolmente inferiori alle referenze statunitensi.

Il fattore prezzo
Mentre i grandi produttori internazionali possono offrire i propri prodotti a prezzi bassi in virtù di volumi produttivi enormemente maggiori, i birrifici più piccoli non possono competere sul prezzo. E per il panorama birrario tedesco – in cui i consumatori sono sempre più attenti al portafoglio – questo trend è pericoloso.

Una durata di conservazione eccessivamente lunga
La birra, lo sappiamo, va bevuta giovane. Purtroppo, in Germania non c’è una regolamentazione sulla data di scadenza per la birra, quindi i birrifici sono liberi di decidere in modo indipendente quale scadenza indicare in etichetta. I produttori di Pilsner indicano spesso 9 mesi o più. Ma nelle Pilsner le note di luppolo sono molto lievi. Il discorso è diverso se parliamo di altri stili come Pale Ale e IPA: aromatiche e fruttate nel momento del confezionamento, se soggette a una scadenza troppo lunga rischiano di diventare insipide nel momento in cui saranno consumate.

Conclusione
Semplicemente, produrre birra di qualità costa. Le birre belghe, ad esempio, hanno bisogno di temperature di fermentazione accuratamente calibrate, determinate materie prime, tempi prolungati e competenza tecnica. E ciascuna di questi elementi, ha il suo costo.
I produttori e i consumatori tedeschi dovrebbero comprenderlo ed esser pronti a pagare la differenza. Senza questa comprensione, si corre il rischio di continuare a “corrompere” gli stili.

Gli italiani e le birre speciali

By Osservatorio Italia

Da otto anni a questa parte l’industria della birra in Italia sta vivendo un periodo di forte crescita e nonostante il nostro Paese faccia registrare un consumo pro capite basso della bevanda, si dimostra tra i mercati più dinamici, grazie anche al traino delle birre “speciali”. Questa categoria eterogenea racchiude prodotti molto diversi tra loro per tecnica di produzione, gradazione alcolica o tipologia di fermentazione, come le Ale, Trappiste, birre rifermentate, Rosse, Stout, ma anche birre più “vicine” alla normale lager, come Regionali, Radler, Light o Analcoliche.

Dal 2010 al 2017 le birre speciali sono infatti cresciute del +49,5% a volume e del +69,7% a valore, come sottolinea il terzo rapporto di Osservatorio Birra “Dalla birra alle birre” promosso da Fondazione Birra Moretti e realizzato da Althesys. Se fino a 10 anni fa il consumatore sceglieva 9 volte su 10 una birra chiara, oggi nella grande distribuzione organizzata (GDO) le birre speciali rappresentano una parte importante del mercato, che ha conquistato una buona fetta dello scaffale. Nei supermercati la crescita delle birre speciali si può vedere anche a occhio nudo: negli ultimi 4 anni il livello medio di birre a scaffale è aumentato del 20% e i due terzi sono da attribuire alla particolare categoria delle birre speciali.

La maggiore complessità delle birre speciali educa e affina il gusto in fatto di birra dei consumatori, confermando che la cultura della birra in Italia sta passando attraverso la varietà, che è sinonimo di ricchezza.

Dalla birra fuori casa l’ennesima conferma della sana “voglia di convivialità” italiana

By Editoriale

Si possono usare chiavi diverse per spiegare il valore nel nostro Paese del consumo di birra fuori casa.

La prima è economica. Attraverso i canali Ho.Re.Ca. (acronimo, ereditato dalla lingua francese, di Hotellerie, Restaurant e Café, o Catering) sono stati venduti nel 2015 circa 7,8 milioni di ettolitri di birra (il 41,5% del totale nel nostro Paese) generando quasi 6 miliardi di euro, pari a quasi tre quarti dei ricavi totali del mercato birrario nazionale.

La seconda chiave è occupazionale. Si calcola che lungo la filiera birraria dedicata all’Ho.Re.Ca., i lavoratori dipendenti ricollegabili al prodotto birra siano quasi 75.400: più del 10% del totale (687 mila) impiegato dall’intero settore e composto – inoltre – sempre più da giovani (nel 2015 il 33,7% aveva meno di 30 anni e l’82,8% meno di 50).

Ma c’è un’ultima chiave, non per importanza, che vogliamo qui sottolineare: quella sociale, o sociologica, relativa alla “voglia di convivialità” tutta italiana della quale il consumo di birra fuori casa rappresenta l’ennesima conferma. Il nostro Paese infatti, in netta controtendenza rispetto a buona parte del resto d’Europa, anche in tempi di crisi ha mantenuto sostanzialmente stabili i consumi di generi alimentari fuori casa, a fronte del forte calo registrato da quelli domestici (-18,3 miliardi di euro fra il 2007 e il 2015).
Segno che gli italiani non vogliono rinunciare a quello che trent’anni fa il sociologo statunitense Ray Oldenburg, riferendosi al mondo dell’Ho.Re.Ca., definì il “terzo luogo”, cioè il contesto in cui ognuno di noi, al di fuori della famiglia e del mondo del lavoro, ritrova il senso della comunità: “Un territorio neutrale, il cui accesso è facile e gradevole e dove la principale attività che vi si svolge è quella del conversare”.

Che la birra presidi questo “terzo luogo” da protagonista è quindi una realtà.
E il fatto che lo faccia con modalità virtuose (gli italiani sono i consumatori di birra più moderati d’Europa e 8 volte su 10 la bevono a pasto), ci pare un segnale ancora più importante.
Per il settore birrario, certo. Ma, forse, anche per il nostro Paese.

 

Alfredo Pratolongo
Presidente Fondazione Birra Moretti