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Chi produce e consuma più birra nella UE

By Osservatorio Mondo

Leggi l’articolo originale su Euronews

In occasione della Giornata Internazionale della Birra (2 agosto 2019), la Germania si è confermata il primo Paese produttore di birra nell’Unione Europea con 8,3 miliardi di litri, pari al 21% della produzione UE (dati 2018). Il secondo Paese è il Regno Unito (12% del totale), seguito da Polonia (10%), Spagna (9%) e, a pari merito, Olanda e Belgio (6%).

Rispetto al 2017 l’Italia è il Paese UE con il maggior aumento produttivo, seguita da Ungheria (+11%) e Repubblica Ceca (+6%). Al contrario, nel Regno Unito la produzione è scesa del -20%, in Austria e Slovacchia del -10% e in Olanda del -9%.

Complessivamente, nel 2018 sono stati prodotti in Europa oltre 39 miliardi di litri di birra, pari a circa 76 litri per abitante.

I PRINCIPALI PAESI ESPORTATORI

L’Olanda è stata nel 2018 il primo Paese UE per esportazioni di birra, con 1,9 miliardi di litri, precedendo Belgio e Germania (entrambi a 1,6 miliardi di litri), Francia (0,6 miliardi) e UK (0,5).

Tra i Paesi non UE, gli USA sono stati la prima destinazione della birra europea, con il 29% del totale.

I PRINCIPALI PAESI CONSUMATORI

La Germania, pur essendo il primo produttore, non è il primo consumatore di birra pro capite: secondo le statistiche dell’associazione europea Brewers of Europe, al primo posto figura la Repubblica Ceca, con 138 litri a testa (dati 2017). Seguono l’Austria, con 105 litri, e la Germania, con 101 litri.

 

Fonte: Brewers of Europe

COME CREARE LA CARTA DELLE BIRRE GIUSTE PER UN RISTORANTE

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Il mercato della birra nel Regno Unito si evolve rapidamente, in modo vario e dinamico. Ma è anche incredibilmente sovraffollato, il che rappresenta un problema per i ristoratori che cercano di mettere a punto una lista di birre capaci di integrare al meglio la loro offerta gastronomica.

Quali sono le regole d’oro per realizzare una corretta carta delle birre in un ristorante? Risponde Stewart Cumming, proprietario del Curry Leaf Cafe di Brighton, eletto nel 2019 il miglior ristorante indipendente del Paese.

Una buona birra chiara è il punto di partenza
Esistono molte lager disponibili – premette Cumming – ma una birra chiara è qualcosa che molti ristoratori danno per scontato e a cui non prestano troppa attenzione. Invece dovrebbe essere per loro il punto partenza”, purché arrivi “in bottiglie di vetro e non in lattina”.

A pranzo, meglio le birre a bassa gradazione alcolica
Le birre con gradazione alcolica sotto il 5% – prosegue Cumming – funzionano meglio per pasti di non più di un’ora”. Il motivo è semplice: in un ambiente informale, come quello di una pausa pranzo, “le birre più alcoliche, che in genere vengono sorseggiate più lentamente, rischiano di tenere gli ospiti al tavolo per troppo tempo, a danno di altri potenziali clienti costretti a rimanere in fila”.

Ogni birra ha bisogno di una storia
Quando il tempo per mangiare è più lungo, ad esempio a cena, arriva il momento di offrire birre più ricercate, e costose. Ma, avverte il proprietario del Curry Leaf Cafe, ciò è possibile solo se chi le propone è capace di renderle “attraenti” agli occhi del cliente, imparando tutto ciò che serve ad incuriosirlo: “Occorre informarsi, studiare, per poter raccontare una o più storie curiose su ogni etichetta. Solo così riusciremo a venderla”.

Tenersi aggiornati sulle nuove tendenze
La birra è in continua evoluzione, e ciò che oggi viene ritenuto buono e trendy presto non lo sarà più. “Bisogna costantemente monitorare il mercato, altrimenti si finisce con l’accumulare in cantina scorte di birre fino ad oltre la loro data di scadenza”, ammonisce Cumming.

Infine, conclude, non va mai dimenticato che per quante nuove birre “strane e meravigliose” offra il mercato, il principale criterio di scelta da parte del ristoratore dev’essere il loro “lavorare bene con il cibo”. E quanto più ampia è la gamma degli abbinamenti possibili di una birra, tanto meglio è.

USA, dalla birra oltre 2 milioni di posti di lavoro

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Leggi l’articolo originale su Globe Newswire 

Quanto conta la birra nell’economia a stelle e strisce? Alla domanda risponde, ogni due anni, il Rapporto Economico sull’industria della birra negli USA. L’edizione 2018, dal titolo “Beer Serves America”, è stata recentemente presentata dal Beer Institute e dalla National Beer Wholesalers Association, e conferma l’enorme impatto positivo della filiera birraria sull’economia e sull’occupazione negli Stati Uniti:

  • la filiera birraria USA dà lavoro a oltre 2,1 milioni di persone, in una vasta gamma di comparti tra cui agricoltura, produzione, costruzione e trasporto in tutte le aree della Nazione;
  • l’industria della birra americana contribuisce con oltre 328 miliardi di dollari all’economia federale, pari all’1,6% del PIL, grazie all’attività di 7mila birrifici e oltre 3mila distributori;
  • le aziende produttrici e distributrici di birra impiegano direttamente più di 200mila americani;
  • 1 posto di lavoro in un birrificio genera 31 posti di lavoro nella filiera.

 

Un’industria vitale per gli Stati Uniti d’America

“La birra è molto di più che la bevanda alcolica più popolare d’America: l’industria birraria è vitale per gli Stati Uniti”, ha commentato Jim McGreevy, presidente e CEO del Beer Istitute, associazione dei produttori di birra USA fondata nel lontano 1862 (più di un secolo e mezzo fa). “Le società di distribuzione di birra in America sono orgogliose di offrire solidi benefici e opportunità di crescita professionale a quasi 150mila persone”, ha dichiarato Craig Purser, Presidente e CEO della National Beer Wholesalers Association.

Il Rapporto Economico sull’industria della birra negli USA è realizzato dalla società indipendente John Dunham & Associates, e presenta in modo esauriente e autorevole il contributo economico, occupazionale e fiscale del settore della birra USA in ogni Stato e Distretto federale (qui una sintesi del documento). Per finire, alcuni altri dati presenti nel Rapporto:

  • produttori e importatori di birra danno lavoro direttamente a 70mila americani;
  • i posti di lavoro nella distribuzione sono 600, + 10% rispetto a 10 anni fa;
  • i fornitori dell’industria della birra (ad es. i produttori di bottiglie e lattine, scatole di cartone, attrezzature per la produzione e la commercializzazione della birra) generano ogni anno 102 miliardi di dollari di attività economiche e danno lavoro a quasi 450mila persone.

Birre IPA: ecco i cibi con cui abbinarle

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Leggi l’articolo originale su Serious Eats

La popolarità delle birre IPA sta crescendo. E questo è un dato di fatto. Addirittura, alcuni produttori di lager tedesche hanno iniziato a produrre una loro linea IPA per soddisfare la domanda.

Ci sono due tipologie di India Pale Ale: inglese e americana. Entrambe sono birre in cui il luppolo è particolarmente protagonista, con una percentuale alcolica che va dai 5 agli 8 gradi. La versione inglese è spesso più equilibrata, con un’amarezza moderata accompagnata da un ampio malto caramellato. I sapori di luppolo tendono verso l’erba e la terra con sfumature di agrumi. Nelle IPA americane il sentore di luppolo è più pronunciato e il profilo del malto è generalmente semplice, con note di caramello.

Le IPA sono birre dotate di particolare intensità e, per essere valorizzate appieno, vanno abbinate a piatti altrettanto intensi. Quando abbiniamo una IPA a un cibo, possiamo scegliere di esaltare tre differenti caratteristiche: l’amarezza, il sapore di luppolo (speziato, erbaceo, terroso e agrumato) e le note di caramello.

I sapori di luppolo hanno una grande affinità con le spezie e i frutti leggeri. L’amarezza ha un effetto di raffreddamento: se abbinata a piatti molto speziati, una IPA saprà “spegnere le fiamme”. L’amaro inoltre amplifica anche i sapori salati e umami.

I sapori di caramello nella birra si legano invece al lato più dolce di un piatto, sposandosi ad esempio molto bene con la cipolla caramellata o le pelli croccanti di pollo arrosto.

Vediamo allora qualche abbinamento.

 

Cibi salati e fritti. Le birre molto amare come le IPA si legano benissimo a questa tipologia di piatti, poiché il sale e il grasso tonificano l’amarezza e richiamano l’attenzione sul malto sottostante.

Indian Curry. Il sapore del luppolo si fonde meravigliosamente con la ricchezza dei sapori della cucina indiana, legandosi a meraviglia con spezie come il tamarindo, il coriandolo e il cardamomo. Una buona IPA inglese costituisce un perfetto connubio con un infuocato curry di Madras, rinfrescandone e moderandone il sapore grazie alle piacevoli note amare.

Cucina messicana. Nel cibo messicano ritroviamo sapori eterogenei come coriandolo e fagioli fritti, lime e peperoncini arrostiti. Sono tutti ottimi partner per le IPA e le loro combinazioni di caramello e agrumi. Fajitas di qualsiasi varietà e tacos di pesce si accompagnano perfettamente alle IPA.

Carne alla griglia. Le IPA sono favolose quando le abbiniamo con le grigliate di carne. La crosta caramellata della carne cotta alla griglia esalta il malto al caramello della birra, mentre il sapore del luppolo e l’amarezza forniscono un perfetto contrasto.

Non dimentichiamo il dessert! La maggior parte delle persone non penserebbe di abbinare le note amare di una IPA a un dolce. Ma a volte, da questo incontro possono nascere grandi cose. Un abbinamento da provare? IPA e tartufo al cioccolato speziato al tamarindo o allo zenzero: il malto esalterà il lato caramelloso del cioccolato e il luppolo intensificherà la spezia.

Nella patria della Pilsner, la siccità minaccia la coltivazione del luppolo

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Leggi l’articolo originale su Reuters.com

Cattive notizie dalla Repubblica Ceca per tutti gli amanti della birra: lo scorso anno il luppolo coltivato nella patria della Pilsner è stato vittima di una siccità estiva che non ha fatto prigionieri, riducendo i raccolti di circa il 30% rispetto alla media annua.

I coltivatori cechi di luppolo rischiano di peggiorare considerevolmente le performance produttive rispetto ai principali produttori mondiali di birra, ovvero Germania e Stati Uniti che, insieme, rappresentano circa i tre quarti dell’offerta globale. Solo un leggero calo, infatti, è previsto in questi paesi nel 2018.

Nel 2017 la produzione mondiale di luppolo ha raggiunto le 118.400 tonnellate.
Il luppolo (insieme ad acqua, malto e lievito) è uno dei 4 ingredienti della birra ed è quello che conferisce alla bevanda la sua caratteristica e piacevole nota amara. La crescente popolarità delle birre artigianali, a livello mondiale, ha aumentato considerevolmente la domanda di luppolo negli ultimi anni.

Il luppolo ceco, in particolare il Saaz di Zatec (la tipologia più pregiata), cresce nella regione nord-ovest del Paese e appartiene alla varietà denominata “luppolo nobile”.

La mancanza di pioggia del 2018, soprattutto nei mesi chiave per lo sviluppo del raccolto – quelli estivi – ha danneggiato sensibilmente la produzione brassicola della Repubblica Ceca, che oltre ad essere la patria della Pilsner è anche il Paese con il più alto consumo pro-capite di birra al mondo (oltre 143 litri all’anno).

Stando alle stime, nel 2018 il raccolto di luppolo non avrebbe superato le 4.700 tonnellate, valore inferiore di circa un terzo rispetto alla media annua e ben al di sotto del raccolto del 2017 che era stato di 6.800 tonnellate (dato riportato dalla Czech Hop Growers’ Union).

Nuovo ceppo di lievito dalla Patagonia

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Leggi l’articolo originale su Forbes

Quest’anno HEINEKEN ha stretto una partnership con National Geographic per raccontare l’incredibile scoperta di un nuovo ceppo di lievito avvenuto otto anni fa in Patagonia.
Dalla partnership è nato il video A Wild Lager Story – Patagonia, grazie al quale possiamo conoscere protagonisti e luoghi di una delle più importanti scoperte in campo birrario degli ultimi 130 anni.

Tutto ha inizio nel 2010 a Bariloche, in Patagonia, dove un gruppo di scienziati capitanati dal microbiologo argentino Diego Libkind rinviene un fungo mai visto prima, caratterizzato da un particolare odore di alcol. Nel suo laboratorio, Libkind constaterà che quel fungo è un ceppo di lievito, fino ad allora sconosciuto, che si rivelerà perfetto per produrre birre lager.
La scoperta è importantissima e permette di percorrere due strade: da una parte, lavorare con un nuovo ceppo significa poterne esplorare il gusto inedito che lo caratterizza; dall’altra, il nuovo ceppo di lievito può essere ibridato con quelli già conosciuti e “ciò significa centinaia di nuovi sapori“, afferma soddisfatto Libkind.

Nel 2017 HEINEKLEN mette a frutto la scoperta e commercializza la prima birra prodotta utilizzando il nuovo ceppo di lievito: la birra è la “H41” e prende il nome dalla latitudine di Bariloche.
Definire il nuovo sapore e il giusto equilibrio ha richiesto ai mastri birrai di HEINEKEN diversi tentativi, in quanto si trattava di un ceppo con cui nessuno aveva mai lavorato prima, quasi “selvaggio”, che portava con sé sfumature di sapori tutte da sperimentare.

Per realizzare la H41 è stata usata la ricetta originale Heineken. Ma il prodotto finale è molto diverso dalla classica lager prodotta dalla Compagnia olandese, proprio perché il ceppo di lievito è diverso.
In due parole, una “Wild Lager”.

Polonia: uno sguardo su uno dei top player mondiali della birra

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Leggi l’articolo originale su The First News

Un cittadino europeo medio consuma 76 litri di birra all’anno, di cui 7,8 litri provenienti da uno dei principali produttori di birra al mondo: la Polonia.

In Europa la Polonia occupa il terzo gradino del podio per quanto riguarda la produzione della “bevanda dorata”. La precedono la Germania (saldamente in vetta con il 16% della produzione totale dell’UE) e il Regno Unito (14%). Inoltre il numero di birrifici polacchi sta aumentando: nel 2017 ci sono state ben 60 nuove aperture, per un totale – ad oggi – di 210 realtà.

Questo aumento è il risultato della crescente popolarità della birra, delle tendenze dei consumatori e del fatto che la birra è ‘in’. I consumatori stanno diventando consapevoli dei vari stili di birra, vogliono assaggiare cose nuove e la crescente prosperità significa che le persone sono disposte a pagare di più per una migliore qualità“, afferma Bartłomiej Morzycki, direttore generale della Browary Polskie.

Un cittadino polacco, in media, consuma quasi 100 litri di birra all’anno. La stragrande maggioranza dei bevitori di birra sceglie birra prodotta nel proprio Paese (le importazioni rappresentano appena il 2%) e tre quarti dei polacchi consumano birre chiare.
Molto popolari sono anche le Ale, le birre cioè basate sul processo di “alta fermentazione” che avviene a una temperatura di 15-25 gradi Celsius. Ci sono sempre più polacchi disposti a gustare nuovi sapori esotici: aldeide, erba, mandorle o birre radler. “Una tendenza degna di nota è la costante diminuzione della gradazione alcolica nella birra e il decremento del numero di birre forti a favore di birre poco alcoliche o non alcoliche“, afferma sempre Bartłomiej Morzycki.

Il boom della birra va oltre i nuovi birrifici e si estende anche ai pub specializzati, di cui alcuni sono i cosiddetti “multi-tap”: ogni giorno questi esercizi offrono birre diverse, dando la possibilità ai consumatori di assaggiare dozzine di referenze in un solo mese e sempre nello stesso posto.

L’alta qualità della birra polacca è il risultato di lunghe tradizioni birrarie. Con il suo clima e l’abbondanza di acqua sorgiva, la Polonia è sempre stata un buon posto per coltivare cereali e luppolo. La produzione esplose nel Medioevo, quando i monaci iniziarono a produrre birra. Già nel XIV secolo c’erano birrerie a Kalisz, Pułtusk e Danzica, mentre il birrificio più antico in Polonia è a Lwówek e risale al 1209.

Infine, una curiosità. La leggenda narra che Clemente VIII (papa dal 1592 al 1605), mentre era in visita in Polonia come Ippolito Aldobrandini, si innamorò della birra prodotta a Warka. Poi tornò a Roma e si ammalò e nei deliri della malattia parlò così: “Sancta piva di Polonia… sancta biera di Warka…”. E i sacerdoti al suo fianco iniziarono a pregare per quell’ignoto “San Piva”.

Che poi, letteralmente, vuol dire proprio “Santa Birra“.

La monotonia della cultura birraria tedesca

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Leggi l’articolo originale su Brew Berlin 

Non si dice spesso, ma oggi la cultura della birra in Germania è diventata monotona:  l’offerta di birra nella maggior parte dei bar e dei ristoranti è limitata a due o tre marchi e la richiesta più frequente dei clienti è semplicemente “Ein Bier, bitte” (“una birra, grazie”).
Un trend in netto contrasto con la ricchezza del patrimonio birrario teutonico. Naturalmente, ci sono delle eccezioni regionali (ad esempio in Baviera). Ma resta il fatto che per la maggior parte dei tedeschi, oggi, “birra” è sinonimo di Pilsner.
E neanche la Pilsner sembrerebbe godere di buona salute.

Il triste destino delle Pilsner
Infatti, nell’ultimo decennio, le vendite sul suolo tedesco della Pilsner sono costantemente diminuite. I tedeschi sono notoriamente attenti al prezzo e questo ha generato una corsa al ribasso in cui i birrifici hanno iniziato una competizione sul prezzo piuttosto che sulla qualità.
Per attrarre un pubblico sempre più vasto, i produttori hanno progressivamente modificato e “semplificato” le caratteristiche dei propri prodotti, diminuendo ad esempio le note troppo amare della birra.

Le artigianali
In questo scenario, i birrifici artigianali – dopo una prima fase “senza compromessi” – hanno iniziato a ritagliarsi una fetta di mercato sempre più consistente e questo ha portato, in molti casi, ad adattare la propria produzione in funzione dei feedback della grande distribuzione, compromettendo di conseguenza lo stile di partenza.

La “corruzione” degli stili
Ecco perché, forse, la più grande minaccia per la birra in Germania è proprio la “corruzione” degli stili, attuato in virtù della riduzione dei costi. Il costo del luppolo americano, ad esempio, è aumentato drammaticamente negli ultimi anni e la produzione di alcuni stili è diventata impraticabile, soprattutto per i birrifici più piccoli. A differenza degli Stati Uniti, le Pale Ale prodotte in serie che compaiono nei bar e si contendono l’attenzione sugli scaffali dei supermercati utilizzano quantità di luppolo notevolmente inferiori alle referenze statunitensi.

Il fattore prezzo
Mentre i grandi produttori internazionali possono offrire i propri prodotti a prezzi bassi in virtù di volumi produttivi enormemente maggiori, i birrifici più piccoli non possono competere sul prezzo. E per il panorama birrario tedesco – in cui i consumatori sono sempre più attenti al portafoglio – questo trend è pericoloso.

Una durata di conservazione eccessivamente lunga
La birra, lo sappiamo, va bevuta giovane. Purtroppo, in Germania non c’è una regolamentazione sulla data di scadenza per la birra, quindi i birrifici sono liberi di decidere in modo indipendente quale scadenza indicare in etichetta. I produttori di Pilsner indicano spesso 9 mesi o più. Ma nelle Pilsner le note di luppolo sono molto lievi. Il discorso è diverso se parliamo di altri stili come Pale Ale e IPA: aromatiche e fruttate nel momento del confezionamento, se soggette a una scadenza troppo lunga rischiano di diventare insipide nel momento in cui saranno consumate.

Conclusione
Semplicemente, produrre birra di qualità costa. Le birre belghe, ad esempio, hanno bisogno di temperature di fermentazione accuratamente calibrate, determinate materie prime, tempi prolungati e competenza tecnica. E ciascuna di questi elementi, ha il suo costo.
I produttori e i consumatori tedeschi dovrebbero comprenderlo ed esser pronti a pagare la differenza. Senza questa comprensione, si corre il rischio di continuare a “corrompere” gli stili.

Inghilterra: è boom delle birre analcoliche

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Leggi l’articolo originale su PressReader

In terra di Albione, le vendite delle birre analcoliche sono aumentate del 64% in un solo anno.
Le proporzioni della domanda sono senza precedenti. Tant’è che alcuni supermercati stanno creando dei corridoi interamente dedicati alle no-alcol.

A guidare questo trend, sono le scelte dei consumatori over 45.

È quanto rivelato dall’ultimo studio del Kantar Worldpanel: “Abbiamo assistito a una crescita significativa per tutte le fasce di età, ma sono gli over 45 che stanno davvero guidando questo cambiamento. Le vendite di birre analcoliche sono cresciute del 77% in questa fascia di età” afferma Chris Hayward, direttore della divisione britannica di Kantar.

Sempre più persone scelgono la moderazione. Per questo motivo, molti top player del mercato birrario – HEINEKEN e Budweiser su tutti – hanno compiuto passi importantissimi nel cosiddetto segmento delle birre low e no alchol.

L’impatto delle analcoliche è rilevante anche dal punto di vista dei produttori. Infatti, per un marchio come il St Peter’s Brewery, le no alcol rappresentano il 15% delle vendite.

Se da un lato in Inghilterra si sta assistendo a una crescita senza precedenti delle birre analcoliche, dall’altro la British Beer And Pub Association dichiara che le vendite di birra standard sono in calo e le vendite nell’Horeca registrano una diminuzione dell’1,9% nei primi 3 mesi del 2018 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Come conseguenza di questo trend, il Great British Beer Festival di Londra – il più grande evento birrario anglosassone –  nell’edizione di quest’anno per la prima volta offrirà ai propri avventori anche birre analcoliche.

Fenomenologia delle “birre leggere” negli USA: storia di un successo

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Leggi l’articolo originale su “The Conversation”

 

La birra artigianale ha vissuto una crescita esplosiva negli ultimi 25 anni, ma la stragrande maggioranza degli americani continua a non berla.
Solo 1 birra su 8 venduta in America è una birra artigianale. Le tre birre più vendute oltre oceano sono infatti le birre “leggere”. Quindi, se la scelta si è notevolmente ampliata, altrettanto non hanno fatto i gusti degli americani. Anche i produttori di birra artigianale si stanno adattando a questa realtà: un recente articolo del Chicago Tribune ha osservato che i birrifici artigianali stanno mettendo sul mercato birre dal gusto più diretto per attirare la maggior parte degli americani, che continuano a preferire le lager delle grandi aziende. In altre parole, stanno producendo “birre leggere”. Come mai gli americani preferiscono queste birre? La risposta, probabilmente, è da ricercare anche nella storia americana

La “birra-lager mania” si scontra con gli astemi
A differenza dei paesi europei, l’America non ha una vera tradizione birraria. La classica birra americana è una “pilsner modificata”, il che significa che parte dell’orzo maltato viene sostituito con mais o riso. L’effetto è una birra più leggera, più chiara e meno luppolata rispetto alle sue “sorelle” tedesche, inglesi o belghe. Nell’America coloniale, parlando di mercato birrario, le birre inglesi erano in vantaggio su tutte le altre. Ma le bevande preferite in assoluto erano il rum e il whisky.
Tuttavia, il mercato americano della birra crebbe durante la grande ondata di immigrazione tedesca della metà del XIX secolo e le lager teutoniche ebbero un successo immediato.
Contrapposta però alla “birra-lager mania”, agiva un’altra grande tendenza: un “movimento per la temperanza” che si propose e di eliminare letteralmente il consumo di alcol. Dal 1830 al 1845, il movimento acquistò slancio e sempre più americani rinunciarono volontariamente all’alcol.
I produttori di birra tedeschi, d’altro canto, sostenevano che la birra era una bevanda adatta alla moderazione, a differenza dei super alcolici. Ma gli attivisti americani – che a quel punto erano diventati tanto legati all’astinenza quanto al protestantesimo evangelico – non accolsero questi argomenti. Verso il 1850 ci fu la prima grande spinta istituzionale in direzione delle leggi proibizioniste, che furono adottate in alcuni Stati. Le leggi non durarono per una serie di motivi (inclusa la guerra civile), ma servirono a informare i produttori di birra che dovevano lavorare di più per convincere il pubblico che la birra era una bevanda adatta alla “temperanza”.

Perfette per la pausa lavoro
Negli anni ’70 dell’Ottocento la birra americana sarebbe diventata ancora più dolce grazie all’avvento di un nuovo tipo di birra chiara: la pilsner boema. Più chiare e leggere delle lager bavaresi che in precedenza avevano dominato il mercato, le pilsner sembravano più pulite, più sane, più stabili e meno inebrianti.
Come sentenziava un articolo del 1878 pubblicato dalla rivista specializzata Western Brewer, gli americani “vogliono una birra chiara di colore chiaro, gusto delicato e non troppo amaro”.
Per tutti i birrai e i bevitori che volevano affrancarsi dal fronte della moderazione, la scelta naturale furono le pilsner. Inoltre, una birra più leggera era anche adatta agli operai americani, molti dei quali mangiavano (e bevevano) nei saloon tra un turno e l’altro. Tornare al lavoro ubriaco poteva equivalere a farsi licenziare. Molto meglio, quindi, optare per una o due birre leggere e meno “rischiose”.
Pragmatismo e gusto finirono ben presto per intrecciare le loro strade.
La “Pabst Blue Ribbon”, con la sua aggiunta di mais, divenne una delle new sensation dell’epoca. Nel 1916, Gustave Pabst, figlio del fondatore di Pabst Blue Ribbon, Frederick Pabst, dichiarò agli Stati Uniti Brewers Association che “la discriminazione a favore delle birre leggere è più forte in quei paesi dove il sentimento anti-alcolico è più forte”.
Nondimeno, i colpi di tamburo del movimento di temperanza cominciarono a farsi più forti.

Il proibizionismo lascia il segno
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, il movimento per la temperanza era tornato in vigore. Campagne organizzate dalla Woman’s Christian Temperance Union e dalla Anti-Saloon League portarono a una nuova ondata di divieti statali e locali e, infine, al divieto nazionale.
Il divieto costituzionale nazionale, come decretato dal 18° Emendamento e dalla legge Volstead, fu devastante per l’industria della birra sul breve periodo. Ma a lungo termine, ha ulteriormente gettato le basi per una nazione di bevitori di birre leggere.
L’economista Clark Warburton ha rilevato che il consumo di alcol durante il proibizionismo probabilmente aumentò per il vino e i super alcolici, ma diminuì di due terzi per la birra (che si poteva nascondere con maggiore difficoltà). Il Proibizionismo può aver avuto l’involontario effetto di aver introdotto una generazione di giovani ai cocktail. Ma non li ha certamente avvicinati alla birra, di cui nessuno – tra i giovani – aveva la minima conoscenza.
Nel marzo del 1933, otto mesi prima che il 21° emendamento abrogasse il proibizionismo, il Congresso modificò la legge Volstead per consentire la produzione di birra e vino “non intossicanti” a bassa gradazione alcolica.
Fu il ritorno della “birra leggera”. E fu un enorme successo presso il pubblico americano, che non assaggiava una birra dal 1917 (non legalmente, almeno). Le birre scure avevano rappresentato circa il 15% del mercato prima della Prima Guerra Mondiale. Ma nel 1936 la loro quota era solo del 3%.
Nel 1947, i ricercatori della Schwarz Laboratories analizzarono il contenuto di alcool, luppolo e malto delle birre americane negli anni ’30 e ’40 e osservarono che molte birre di quel ventennio erano “troppo luppolose”, “troppo pesanti e troppo corpose” per i gusti dei consumatori. Negli anni successivi, i produttori di birra “aggiustarono il tiro”, riducendo progressivamente il contenuto di luppolo e malto.
I produttori e i bevitori più “avventurosi” erano anche ostacolati dalle leggi post-proibizionismo. Le politiche statali e federali hanno effettivamente vietato l’homebrewing e la maggior parte degli stati ha adottato un sistema di regole tali da rendere estremamente difficile la produzione e la commercializzazione di birre home made.
“L’alleggerimento” della birra americana è continuato per altri 70 anni. Durante la Seconda Guerra Mondiale le truppe americane ottennero il 4% di birra alcolica nelle proprie razioni, divenendo quindi una nuova generazione beneficiaria della birra leggera. Il contenuto di luppolo e malto della birra è diminuito drasticamente e costantemente durante questo periodo e l’ascesa della birra “leggera” negli anni ’70 ha definitivamente accelerato questa tendenza (il contenuto di luppolo è diminuito del 35%dal 1970 al 2004).

Nonostante la crescita della birra artigianale, le birre leggere sono ancora dominanti. L’esplosione della birra artigianale è una storia certamente straordinaria, ma forse, per ora, negli USA le birre leggere sono ancora le regine.

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